Con soli due anni di vita, i Death Heaven si
presentano con un demo che ha tutta l’aria di essere un album a tutti gli
effetti. Sette tracce più una intro spalmate su quasi un’ora di death metal
abbastanza articolato che richiama spesso le marce atmosfere di Nile,
Obituary e, nei frangenti un po’ più melodici, mettono fuori la testa anche
i Death. Va subito detto che la title-track e “The Cannibal Of Milwaukee”
sono due grandi brani, complessi nelle strutture e nelle progressioni,
ammantate da una furia mai orba del giusto controllo, tra blast-beats e
tempi più ragionati e fraseggi che spesso flirtano anche col black metal.
Soprattutto il secondo brano in analisi desta un certo interesse. Parte
“sparato”, duro (quasi) come una composizione dei mai troppo elogiati Nile,
si avvita e contorce in continuazione e, improvvisamente si apre ad estuario
su di un arpeggio dal sapore quasi epico, per poi, progressivamente,
ripartire con veemenza, sotto la guida del cavernoso growl di Andrea. Tutto
ciò per quasi dieci minuti. Mica male. I Death Heaven si lanciano in voli
pindarici abbastanza rischiosi, riuscendo nella non facile impresa di
aggirare i luoghi comuni (anche se quei tuoni di sottofondo all’arpeggio di
“Shadows In Darkness” vanno dritti sotto la voce “clichè”), imprimendo una
certa carica personale (che deve ancora assumere sembianze originali, ma
siamo sulla buona strada) e, soprattutto, sanno accollarsi i rischi che
composizioni così lunghe (non si va mai sotto i cinque minuti e mezzo e si
lambisce anche il doppio di tale durata) fanno inevitabilmente correre. Non
possono mancare le critiche. E la più “pesante” va rivolta ad una sezione
ritmica dal bagaglio tecnico ancora un po’ approssimativo. Si sentono qua e
la passaggi a vuoto e i limiti vengono maggiormente alla luce quando
l’impianto ritmico si complica con tempi ancora più articolati, soprattutto
nell’uso della doppia cassa, ancora decisamente deficitario. Inoltre, le
parti di batteria hanno una qualità sonora che lascia molto a desiderare,
non aiutando una prestazione già di per se rigogliosa di sbavature. Quindi,
mi preme consigliare una maggiore cura della tecnica a livello ritmico,
basilare se si vuole complicare ulteriormente un songwriting già di per sé
molto arzigogolato e di eliminare le inutili prolissità che si sentono
durante il disco (soprattutto nelle tracce finali), perché il pericolo di
ridurre il tutto ad un coacervo di riff accatastati l’uno sull’altro non è
poi così remoto. Fate tesoro delle critiche senza abbandonare la strada
maestra, sembra proprio quella giusta.