Aggressiva quanto prepotente release questo “techno decomposition world”
dei vicentini Death Heaven che pur affondando musicalmente le loro radici
nel sanguigno thrash di slayer e sodom, ci offrono quasi un ora di death
metal di scuola californiana. Ritmiche potenti e una batteria dal doppio
pedale serratissimo scandiscono ogni violenta battuta dell’album che
purtroppo non gode di un’ottima registrazione. Certo, si tratta di una
produzione “self-made” senza una strumentazione da studio e considerando
la cosa sotto questa prospettiva non si può fare altro che apprezzare
questa piccola perla di brutalità. Peccato che il suono delle chitarre sia
stato un po’ penalizzato e le distorsioni risulatano spesso sporche e
troppo sature anche se in generale il rifferama è decisamente
comprensibile. La coppia di asce,costituita rispettivamente da Andrea
(allo stesso tempo singer e produttore esecutivo) e Matteo, dimostrano ad
ogni modo un gran feeling e un intesa non indifferente, oltre che di avere
un bagaglio tecnico più che discreto (le atmosfere orientaleggianti nelle
parti soliste mi hanno ricordato il buon Trey Azgathoth del monolitico “Domination”),
come nel finale della title-track, che prende ampiamente spunto dalle
armonizzazioni “cannibalcorpsiane”. Degni di nota sono anche gli arpeggi
acustici che danno un tocco di colore e che avvicinano il sound della band
a quello scandinavo. Ciò che risulta altamente compromesso, invece, è il
basso. Non è una critica a livello esecutivo, anzi (i break mi hanno
ricordato da vicino quei flashanti stacchetti di Alex Webster), ma a
livello di produzione. Le linee di basso passano in certi punti in
secondo,se non in terzo, piano e si deve tendere l’orecchio non poco per
riuscire a coglierne la presenza. Ottimo l’uso dei due registri vocali da
parte del cantante passando da un growl decisamente baritonale a uno
scream straziato, che trova la sua massima espressione in “shadow in
darkness” e “techno decomposition world”. Per quanto riguarda le liriche,
le tematiche sono molto varie ed è chiaro fin da subito che il combo non
si è lanciato immediatamente, come è tanto di moda oggi, nell’ammaliante
mondo del “concept-album”. Gli argomenti trattati sono la guerra,
tematiche post-apocalittiche e l’immancabile presenza di serial killer
(nella fattispecie il cannibale di Milwaukee) che, a dire il vero, sta un
po’ al metal estremo come Rocco Siffredi sta al porno. Il sound della band
probabilmente non risulterà molto innovativo ai più, ma ritengo giusto
premiare con una piena sufficienza il buon lavoro di una band dalla quale
non ci si può aspettare altro che un salto in avanti (con i dovuti
accorgimenti a livello di produzione, mi raccomando), perché le basi ci
sono e sono buone. Almeno questo i giovani deathster di Schio lo hanno
dimostrato.
inserita da Andrax il 15 Febbraio 2006
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